UOCHI TOKI - Macchina da guerra

2013 (Autoprodotto)
post-rap

Ci sono giorni in cui qualcuno – la presunta eccellenza musicale italiana – propone di rifondare insieme la cultura nazionale, un progetto contro la paura (manco il Pdl) con tre sfarzosi zibaldoni live in programma.

E ci sono giorni in cui qualcuno dichiara guerra. Non allo Stato né allo status quo, ma a me, a voi e persino a se stesso, indistintamente. L’anomala militanza degli Uochi Toki si è sempre espressa nelle forme più sottili e disorientanti, ma stavolta essa parte da una scelta di campo: il loro ultimo album è inciso su vinile in edizione limitata di 300 pezzi e non ristampabile – e se non avete un giradischi sono cazzi vostri – si compra solo ai loro concerti, almeno finché non vi verrà elargito nel vile formato digitale dai suddetti. Guerra alla distribuzione convenzionale, guerra a te che aspetti il rip di qualche buon samaritano invece di alzare le terga e raggiungerli di persona. Prima ancora del relativo concept, Rico e Napo hanno firmato le carte di un conflitto perso in partenza da ognuno dei molteplici contendenti.

In secondo luogo, la battaglia anticipata dall’anti-singolo di “Idiots” si compie ora sui due lati di un Lp multistrato e multitempo, melma subito ardua a navigarsi dalla quale Napo emerge richiamandoci all’ordine, per cogliere in fallo il redattore/giudice ancor prima che possa pensare di trarre le proprie conclusioni. “Noi non saremo mai amici”, non giungeremo mai a una reale comprensione reciproca, le due parallele proseguiranno senza trovare punti d’incontro.

In “Macchina da guerra” la sfida è rivolta ai significati più che ai significanti: al pregiudizio che scaturisce dal confronto non pacifico (“bisogna studiarle le persone, non scrivere ACAB in giro”), alle ideologie stantie e irragionevoli perpetrate dalle masse, alle criptiche risposte della sanità, a Dio (?) e di nuovo all’Io, in frammenti che si manifestano senza preavviso e la cui continuità si rivelerà solo più avanti. E dopo il pozzo nero di “Distopi” e La Morte (nientemeno), le manipolazioni di Rico passano da waste-land cibernetiche – quasi il sussulto glitchato di un Alva (ig)Noto – alla pura azione distruttiva sugli accenti di Napo. Ed è un vero assalto, in ogni singolo bit.

Siamo di fronte a un album che ogni volta (non) ci viene incontro con una carica di violenza inaudita. E’ conciso e affilato, a tratti addirittura esasperato. E come sempre non si schiera con l’una o l’altra parte della trincea, non si scaglia contro il pensiero dominante o quello “riformista”: è semplicemente, invariabilmente contro.

Ma quello che nei lavori precedenti sembrava un flusso inarrestabile sembra ora procedere risoluto verso la disgregazione, tanto della forma quanto dei contenuti. I paladini della Fiscerprais sono sempre meno interessati a che il loro messaggio arrivi a destinazione (“io sono così insignificante che di male non posso fartene”), e forse siamo prossimi al punto in cui diverranno davvero inintelligibili e non potremo più parlarne con relativa cognizione – anche se per molti resteranno le chiacchiere di un ragazzino a cui piacciono i gelati e Tolkien. Intanto si è vinta ancora un’altra battaglia nella musica indipendente italiana, e senza chiassose velleità rifondatrici. Approfittiamo subito per sparare le ultime cartucce, prima di ricadere nel bla bla bla, eccetera, eccetera.

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08/08/2013

This article is an English translation of the original Italian text by Michele Palozzo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. Lato I
  2. Lato II

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