Una scoperta recente, una recensione improvvisa e di getto. I Mozes And The Firstborn si prendono così, senza particolari pensieri di sorta. Sono olandesi, di Eindhoven; pigliano in prestito gli stivali ammuffiti di Pizzorno, l’acciaio macchiato dei Drenge da Sheffield, i muscoli dei QOTSA, subaffittando garage di proprietà No Age per gentile concessione dei padroni di quel real estate, i Beach Boys che il pop l’hanno trattato con i guanti, ormai una cinquantina di anni fa.
Mozes And The Firstborn è in principio la storia di “emimmigrazione” di Melle Dielesen, frontman, chitarra e voce del quartetto batteria, basso e seconda chitarra; è il racconto di un ragazzo che trova se stesso a Londra, per poi tornare alla base olandese e decidere che il protagonista di quel film d’animazione visto da bambino – “Il principe d’Egitto” – sarebbe diventato il nome della sua band: Dielesen è il Mosè olandese con i suoi primogeniti al seguito.
Debitori di un garage-pop derivativo alla Ty Segall (“What’s Wrong Momma”, “Party Crasher”) e per certi versi di quel “alligatore” di Courtney Taylor dei Dandy Warhols (“Peter Jr.), i Mozes And The Firstborn trasmettono energia nell’esordio omonimo, sèguito di un Ep con data 2011 e titolo “I Got Skills”.
Cominciare un disco con “Bloodsucker” o proseguire con “I Got Skills”, cioè sfacciati riff di chitarra da primi calli sulle dita e stonate cantilene, potrebbe irritare: prendete fiato, espirate, proseguite. “Seasons” (Drenge zuppi di pop) e “Time’s A Headache” (Wolfmother d’Europa) sono egregie rappresentazioni della cassetta degli attrezzi olandese, che perde i pezzi con “Skinny Girl” – ballad edulcorata e scivolosa – recuperandoli invece con “Down With The Band” o “Heaven”, psych-pop versione Jackson Scott.
Il resto è un condimento comunque saporito, ma di contorno, che permette all’esordiente band olandese (di supporto a Unknown Mortal Orchestra nel tour europeo, quindi anche in Italy) di alimentare il sottobosco indipendente dei tulipani, come già Jacco Gardner qualche tempo addietro.
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19/11/2013
This article is an English translation of the original Italian text by Stefano Macchi, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.