“Humming”: in una stanza vuota, all’interno di un palazzo abbandonato in una periferia qualunque, risuona un piano. Una voce, ormai stanca di questa gelida monotonia, inizia improvvisamente a declinare, gridando, un atavico calvario. La voce appartiene ad Alan Dubin e quel calvario se lo porta dentro almeno dai tempi degli indimenticati Khanate. Lo sfondo palpita, intanto, di veleno concretista, di alienazione post-industriale, di liquefazione doom. E’ il mondo che ci siamo costruiti, guidati dall’ineluttabile necessità.
Così come già mostrarono magistralmente in “This Face”, i newyorkesi Gnaw non hanno nessuna intenzione di suonare accomodanti. Del resto, come potrebbero se la musica che hanno in mente e che risuona anche nei solchi di questo “Horrible Chamber” è, sostanzialmente, la sonorizzazione dell’inferno-qui-sulla-terra? Non lasciatevi ingannare da strutture più riconoscibili come quella che ingabbia lo sludge punitivo di “Of Embers” o come quella di “Worm” (che scandisce un disagio pestilenziale rievocando i Today Is The Day di una ventina di anni fa): i mostri che qui vengono al suono non sono per nulla facili da intrappolare. E, quindi, i brani si trasformano in epopee disturbanti che sfigurano con l’acido i rituali metropolitani degli Swans (“Water Rite”), si dissolvono in amorfe invocazioni dall’oltretomba, salvo poi coagulare intorno a dolorosissime mutazioni in slow-motion (“Widowkeeper”) o galoppano dentro un tunnel senza mai riuscire a vedere la luce (“Vulture”).
Dubin continua, insomma, a rovistare tra i frammenti della sua disperazione, forse questa volta crogiolandosi un po’ troppo nelle torbide acque del male, come appare evidente nella lunga e incerta odissea finale di “This Horrible Chamber”. Ma, come dire: questi sono i rischi di chi non ama giocare con la plastica e i lustrini…
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04/11/2013
This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Nunziata, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.