I torinesi Did si sono imposti creativamente con “Kumar Solarium” nella tarda parte dell’esplosione del punk-funk italico e non. Il secondo “Bad Boys” sembra riprendere dove il disco predecessore terminava (la quasi-ballad “Babe Precious Thing”), ma l’insieme – in confronto a quel delirio di groove – sembra una ritrattazione calma e acustica.
Apici di questa transizione sono infatti i soul elettronici di “Coin Slot” e “All We Desire Slightly Happens” (con le tastiere in bella evidenza), quindi “Belong To You” e i suoi effetti soffici ne sono una traduzione Prince-esca, mentre un vocoder Daft Punk cerca di soccorrere la pochezza di arrangiamento in “Mastroianni Keep It Real” e l’ancor più à-la modè “MVP”.
Pure significativa, nel bene e nel male, è “Second Chance”, che dapprima rubacchia i tocchi techno riverberati degli Underworld di “Born Slippy”, poi diventa una cantata estatica per castrato medievale, che da sola filtra e fa implodere il loro armamentario tribale-industriale di anni prima. Così per i sovratoni carioca di “You Read Me”, in cui la danza vera e propria si accende solo verso la fine, ed è un tipico caso di “troppo poco troppo tardi”.
Amatoriale e modaiolo, incline alla retorica più esteriore del pop edonistico: finita la sbornia wave, il complesso si rimette alla pacatezza del neo-neo-r’n’b bianco a suon di maniera e macchiette. Non una grande scelta se il punto di vista è quello delle idee dirompenti. Anche la forma lascia a desiderare, specie il canto – che nel debutto variava spontaneamente e sottilmente – appiattito e reso infastidente dall’abuso di filtri elettronici. Un paio di “Interludes”, ma in realtà tutti i brani, se non riempitivi, sembrano interludi. Videoclip dal gusto vintage per “You Read Me”.
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20/12/2013
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.