DEVENDRA BANHART - Mala

2013 (Nonesuch)
alt-pop, songwriter

Immaginate che una rivista di arredamento trendy voglia fare un servizio sulla vostra casa. Immaginate che, al posto di un fotografo qualunque, si presenti alla vostra porta una sorta di diafana supermodella slava. Immaginate che, invece di rimanere inebetiti a fissarla, le chiediate subito di sposarvi. Bene, se lei non solo non se ne va mandandovi al diavolo nel giro di dieci secondi, ma anzi da quel momento diventa la vostra fidanzata ufficiale, non potete che essere Devendra Banhart.

Dieci anni fa, Banhart era poco più di un vagabondo barbuto e squattrinato, che cantava canzoni dall’aria strampalata con la sua chitarra acustica. Oggi potreste incontrarlo facilmente in qualche galleria d’arte newyorkese, abbigliato da hipster alla moda a braccetto della fotografa serba Ana Kras (sì, proprio quella a cui ha proposto il matrimonio al primo sguardo). Non è semplicemente questione di gossip: perché vita e arte, per Devendra il bohémien, sono da sempre un tutt’uno, alla maniera di Oscar Wilde. Così, non c’è da stupirsi che il titolo del suo album numero otto, “Mala”, altro non sia che il vezzeggiativo amoroso (in lingua serba, ovviamente) suggeritogli dalla sua nuova fiamma. E non c’è da stupirsi nemmeno che la veste del nuovo disco si indirizzi verso un pop dai toni raffinati e minimali, più attuale e meno passatista che mai.

 

Tastiere di madreperla, cori soffusi, uno sfondo di sfarfallii. Persino la voce preferisce il sussurro all’arzigogolo. È un disco casalingo, “Mala”: tutto registrato tra le mura dell’abitazione di Banhart a Los Angeles, prima di decidere di trasferirsi di nuovo nella Grande Mela. “Un after-party per una festa a cui nessuno è stato invitato”, lo definisce sorridendo. Al fianco del fido chitarrista Noah Georgeson, Banhart riparte da un set di strumenti presi in prestito e da un vecchio registratore Tascam trovato in un banco dei pegni. E il calore del suono stempera gli echi freak-folk in un fai-da-te vagamente Beck-esque.

Sin dall’incedere flessuoso del singolo “Für Hildegard Von Bingen”, il desiderio di affrancarsi dal cantautorato manierista del precedente “What Will We Be” sembra chiaro: più che un ritorno alle origini, “Mala” si presenta come una nuova e più solida incarnazione, dopo la lunga pausa creativa dal 2009 a oggi. Senza troppi rimpianti né per il pre-war folk degli esordi, né per le derive neo-hippie di dischi come “Cripple Crow” e “Smokey Rolls Down Thunder Canyon”.

 

Nonostante tutto, “Mala” non è un disco sulle gioie della vita di coppia. Anzi. Tanto che lo stesso Banhart si affretta a dare delucidazioni: “Le riflessioni quasi nichiliste e prive di speranza del disco sulle relazioni amorose non hanno nulla a che vedere con Ana”. L’ironia è allora la chiave di volta del duetto messo in scena dai due neofidanzati in “Your Fine Petting Duck”, che da parodia doo-wop si lascia teletrasportare su un dancefloor anni Ottanta. Con Devendra intento ad ammonire Ana sulle controindicazioni del volersi rimettere insieme dopo una rottura: “If he ever treats you bad/ Please remember how much worse I treated you”.

There's no shortage of continuity with the past, from the Spanish vocals of “Mi Negrita” to the acoustic arpeggios of the instrumental “The Ballad Of Keenan Milton” (dedicated to one of Banhart's personal skateboarding heroes). But the real personality of “Mala” has to be sought elsewhere: in the melodic hooks of tracks like “Won't You Come Over” and “Hatchet Wound,” or in the menacing aura of “A Gain” and “Taurobolium.”

 

L’intento è quello di mettere in musica haiku sempre più essenziali: “Per me le parole sono come i soldi per fare la spesa”, spiega Banhart. “Andare in un negozio con solo quattro dollari in tasca e riuscire a organizzare un pranzo. Non so se ho raggiunto un’economia delle parole, ma di sicuro è questo il mio scopo”.

Sure, dedicating a song to medieval mystic Hildegard of Bingen, imagining her leaving convent life to become a vee-jay, is exactly the kind of oddity you'd expect from someone like Banhart. Which goes to show that, all things considered, there's always a lurking risk for the Texan songwriter: getting stuck behind his own surreal mask, letting the levity of divertissement win out over the substance of the songs.

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11/03/2013

This article is an English translation of the original Italian text by Gabriele Benzing, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Golden Girls
  2. 2. Daniel
  3. 3. Für Hildegard Von Bingen
  4. 4. Never Seen Such Good Things
  5. 5. Mi Negrita
  6. 6. Your Fine Petting Duck
  7. 7. The Ballad Of Keenan Milton
  8. 8. A Gain
  9. 9. Won’t You Come Over
  10. 10. Cristobal Risquez
  11. 11. Hatchet Wound
  12. 12. Mala
  13. 13. Won’t You Come Home
  14. 14. Taurobolium

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