Si tratta di brani estremamente minimali, la cui narrazione è affidata sostanzialmente alla profonda voce di Douglas P. e alla sua chitarra: pochissimi infatti gli elementi aggiunti in sede di registrazione (sporadici samples e alcune percussioni).
Il risultato ricorda “The Rule Of Thirds”, l’album inciso nel 2008, un’opera molto introspettiva che estremizzava l’efficace semplicità del neo-folk malinconico dei primi anni novanta (“But, What Ends When The Symobols Shatter?”, “Rose Clouds Of Holocaust”).
Se nel disco del 2011 il solo dialogo tra voce e piano riusciva a delineare affascinanti e suggestivi paesaggi dell’anima, questo nuovo lavoro non è certo da meno, e ribadisce il principio per cui una struttura ridotta all’osso non è necessariamente sinonimo di scarso spessore.
Laddove però in “Peaceful Snow” dominava un’atmosfera poetica, armoniosamente distesa, qui la chitarra ripropone invece un certo feeling folk-battagliero. Questi però non sono i canti di un giovane guerriero, bensì di un reduce, ritiratosi in disparte da quel mondo occidentale di cui ha sempre cantato, con le parole di un amante tradito, la decadenza.
I completisti se lo saranno già accaparrato da tempo, rifugga invece chi non ha apprezzato gli ultimi lavori di questo artista; gli diano, infine, una chance gli amanti del (neo)folk intimista e di qualità.
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13/05/2013
This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Pagani, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.