Forse oggi, più che in passato, è necessario per un artista mostrarsi non solo prolifico, ma anche "connesso"; incarnare insomma un hub, un punto di passaggio per chi voglia fare scalo in una certa scena. La comunità psych-garage del Pacific Northwest è stata particolarmente brava, in questi anni, a mantenere coesa una scena che ancora si sente aliena al grande circo dell'indie americano più in vista ma che, semplicemente, non vi si è ancora affacciata perché nessuno ha avuto l'ispirazione per scrivere qualcosa di meno autoreferenziale di quello che solitamente viene prodotto da queste parti.
Questa collaborazione tra Ty Segall e i White Fence non è da meno, e sembra rafforzare i confini del genere, più che espanderli. Nonostante le tentazioni post-punk ("Scissor People") e i seventies ciondolanti dell'iniziale "Time", "Hair" suona proprio come ci si aspetta da una collaborazione tra un collettivo arty e un mecenate-artista come Segall.
Nella slabbrata briosità di "(I Can't) Get Around You", nella trichechiana "I Am Not A Game", nel garage balneare di "Crybaby" la band parla un linguaggio comprensibile a chi già lo conosce; quindi, in primo luogo, si rivolge a se stessa.
Questo non significa poi necessariamente che sia un disco ermetico, ma semplicemente che, senza l'architettura "d'immagine" che lo circonda, attrarrebbe assai meno attenzione. "Hair" mostra i segni, insomma, di un pericoloso inbreeding, che, invece di promuovere idee e creatività musicale (non per un ideale "progresso" ma più semplicemente per la continua aspirazione al "bello"), la soffoca e la menomena progressivamente. Si attende a questo punto la prossima prova solista di Segall, la cui uscita è programmata tra due mesi.
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29/04/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Righetto, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.