Lo aspettavano, lo spingevano un po’ tutti, oltreoceano, verso questo disco. Il disco della dovuta “consacrazione” – la quale, questa volta, sembra quasi un giudizio a priori, perché tutte le scelte sonore e compositive sembrano voler indicare il conseguimento della maturità nella particolare formazione di Tim Showalter – del nomignolo Strand Of Oaks, da tempo sussurrato nel giro giusto e solo in attesa di qualche piccolo accorgimento per gettarsi nella mischia.
Uno di questi piccoli tuning è certamente quello di essersi affidato a un nome come John Vanderslice per la produzione di questo “Dark Shores”, un lavoro che, dopo il bell’esordio di “Leave Ruin” (più folkeggiante e Kozelek-iano) e il celebrato seguito di “Pope Killdragon” (più oscuro e sperimentale ma anche più carico emotivamente, tra synth e arrangiamenti elettrici), si distingue per immediatezza (pezzi quasi tutte brevi o brevissimi) e per l’attenzione alla canzone in senso stretto.
Decisamente più Bazan (“Trap Door”) che Kozelek, in questo “Dark Shores”: la batteria, sorda, ossuta disegna, scava il tracciato per le interpretazioni sanguinanti di Showalter (dalle sfumature black in “Satellite Moon” e nei Fleetwood Mac di “Spacestations” e più teatralmente “canadesi” in “Hard To Be Young”), incise dalle semplici ma ispirate progressioni di accordi del cantautore americano.
Un Dylan emotivo e Matsson-iano, quello di “Sleeping Pills”, ma è forse più interessante la ballata astrale di “Little Wishes”, che pare dettata e interpretata in sogno; anche se la star è indubbiamente il Neil Young di “Maureen’s”.
Rimane insomma un disco più da Jagjaguwar (Anti no, sarebbe esagerato) che da Yer Bird, forse un passaggio obbligato per chi da un po’ è al limite della popolarità. Album senza pretese, ma di belle canzoni.
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31/07/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Righetto, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.