I Mission Of Burma, uno degli act del primo post-punk più importanti di sempre, continuano la loro storia discografica, dopo l’interruzione degli anni 80, e dopo dischi più che dignitosi come “OnoffOn” (2004), “Obliterati” (2006) e “The Sound The Speed Of Light” (ma anche dopo un’operazione di rimasterizzazione dei loro classici, avvenuta nel 2008 per opera di Matador Records), con “Unsound”.
Tanto lo scalpitante sabba a più registri alla Velvet Underground di “Add in Unison”, quanto inni marcia Bob Mould-iani come la scattante “Sectionals In Mourning”, “What They Tell Me” e “Part The Sea”, vivisezionati – come da loro tipico fare – dall’elettronica e dai fiati, quanto pallottole sparse come “This Is Hi-Fi” (uno dei loro migliori act post-rock) e “Fell–>H20”, dimostrano come il loro sound non sia affatto “un-“, ma qualcosa di sempre più consolidato, ormai persino tradizionale. Un’addizione rilevante, che esplora la loro vena di rabbia fredda, è data dalla suspence di “Semi-Pseudo-Sort of Plan”, ottenuto con un riff creativo (di soli armonici), il tam-tam e le voci al radiocitofono. Ballate danzabili (“Dust Devil” e “Opener”) aprono e chiudono il disco.
Il ferreo quartetto consegna un altro albo della loro lunga reunion (il sesto in trent’anni d’esistenza), o meglio della loro seconda vita. Viene il sospetto che, raccolti i migliori momenti dei tardi dischi, possa venir fuori il perfetto seguito delle detonazioni post-punk della loro pietra miliare “Vs” (1982) e del loro grande anthem “That’s When I Reach For My Revolver”. Dei quattro dischi del ritorno (a cui va aggiunto il breve live “Snapshot”, 2005) questo rende maggiormente l’idea, è il più slabbrato, stranamente esasperato, pure conciso. Tanta precisione da chirurghi qua e là, e un’oleografia che non fa distinguere la passione dagli artefatti di mestieranti. La traccia che chiude il disco s’intitola “Opener”: preludio di un altro sequel?
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17/08/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.