L’uomo rotto: l’inflessibile scandagliamento delle forze più cupe e oscure dell’animo umano, che lo muovono e lo menomano al tempo stesso. Nella musica di Matt Elliott, trasportata in questo 2012 da qualche modesto caffè mitteleuropeo di primo Novecento, quando l’uomo si scopriva ferito, solo, minorato, è forse questo il fil rouge che lega la personalissima produzione del cantautore britannico, emigrato in Francia alla Ici d’ailleurs, dalla trilogia delle varie “Songs” (di ubriachezza, di fallimento, di ululati) all’esperienza dub di Third Eye Foundation.
In questo “The Broken Man”, una delle opere più scarnificate di Elliott, conta la modalità espressiva più di notevoli impronte come il fingerpicking dalle fioriture flamenco e, dall’altra parte, delle riconoscibili etichette sonore e strutturali del Nostro. Se la maggior parte dei pezzi delle “Songs” poteva venir apprezzato anche solo per la loro “scenografia”, per la ricostruzione fedele non solo di un sentimento ma anche di un immaginario – per quanto del tutto personale e non sempre chiaramente identificabile – in “The Broken Man” ogni velo cade e rimane Matt, preda di quel dolore che, se prima poteva essere visto come corredo inevitabile della sua musica, diventa ora punto centrale delle sue canzoni.
Al di sotto delle costanti vibrazioni acustiche, gli arrangiamenti (l’album è prodotto da Yann Tiersen) e i caratteristici contributi corali scortano per gelide esplorazioni di un’anima desolata, una piana grigia attraversata dal sussurro coheniano di Elliott. Il commiato funerario di “This Is For”, l’inesorabile sfiorire di “How To Kill A Rose”, la danza con la Morte di “The Pain That’s Yet To Come” compongono intermezzi, preludi di una tempesta interiore che si staglia sullo sfondo e che si scatena nelle colonne portanti del disco: “If Anyone Tells Me…” e “Oh How We Fell”.
The first, a thirteen-minute piano piéce, amid distant bell tolls and faint breaths of violin, leads us through paths of almost physical prostration, alternating dark, blind recesses of unresolvable sorrow with glimpses of modest beauty — in the first part — and with barely concealed fury over the nostalgia for something now lost, which gradually fades into resignation.
È insomma un diario di un sentimento esistenziale, quello tratteggiato da Elliott in questo “The Broken Man”, scolpito con un estremo senso di rigore e di ineluttabilità, eppure di eleganza, di fronte al quale anche l’ascoltatore più severo non potrà rimanere senza reazione, e almeno sospendere il giudizio.
Ma, dal punto di vista musicale e dell’intensità della narrazione, l’unica traccia veramente degna di nota è quella centrale, di cui si è parlato poc’anzi. Nel resto del disco è più difficile riconoscere l’estro che da sempre contraddistingue la musica del cantautore inglese.
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09/02/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Righetto, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.