Gettate alle ortiche le confuse velleità sperimentali e gli arrangiamenti più stratificati dei dischi recenti, Marissa Nadler torna a fare quello che sa fare meglio. E il risultato è un incanto ridestato dal buio dei boschi ghiacciati e spettrali, dove la sua musica ha sempre vissuto. Vocalizzi mesmerici, assolutamente irresistibili, sposati quasi solo alla grazia innaturale del suo fingerpicking. E, finalmente, nuove melodie di razza, di quelle che le sgorgano fluide e inarrestabili, quasi fosse in trance, posseduta da un’ancestrale, inquietante musa.
Basta pochissimo per sprigionare la magia, come tra i sentieri ombrosi di “Christine”, altra litania scheletrica, appena ispessita da vocals maschili a supporto. Se “Apostle” mette in mostra soprattutto l’ormai considerevole abilità di Marissa nell’arte del fingerpicking, la parabola di “Constantine”, l’ex-rockstar devastata dalla codeina, veste ancora i panni di una ballata senza tempo, fatta di languori e dolori sospesi.
Il lieve calo della parte finale non compromette l’esito di un disco prezioso, probabilmente il migliore composto dalla Nadler dai tempi della saga di Mayflower May, a testimonianza di un talento che le ultime prove minori avevano solo momentaneamente offuscato.
Like a siren bound by a curse, Marissa is forced to rediscover simplicity and humility in order to bring her magic back to life.
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05/06/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Claudio Fabretti, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.