A quattro anni dal suo ultimo disco, quel “Nukkuu” che è molto probabilmente la sua cosa migliore, la dolce Lau Nau torna a declinare un verbo fatto di fragili melodie, vocalizzi evanescenti e diamantine filigrane di sogno, un verbo intervallato, qua e là, da esperimenti, invero non sempre coerenti con il disegno complessivo dell’opera, in cui il ritmo pulsante sembrerebbe voler trasfigurare le sue visioni mistiche in oblique fascinazioni disco (“Kuoleman tappajan kuolema”) o in ipnotici rituali di ghiaccio (“Valloittajan Laulu”).
Con i tocchi misteriosi e, al contempo, magici di jouhikko (una sorta di lira ad arco), contrabbasso, clarinetto, chitarra, piano (quest’ultimo, assoluto protagonista nella breve sonata di “Mirjam”) e celesta, Laura Naukkarinen continua, dunque, a manifestare un’intatta gentilezza espressiva, soprattutto quando l’accompagnamento si riduce all’essenziale (si ascoltino “Ystavani Nosferatu”, “Paper Thin”, l’interrogativa tenebrosità di “Silmät” e la bellissima ninna-nanna di “Hämärän hevoset”) e, se le dinamiche lasciano affiorare qualche spigolo, spingendo verso soluzioni più agili e disinvolte (la danza dai sapori balcanici di “Juokse Sin Humma”), quel senso di abbandono che nutre da sempre la sua ispirazione persiste come un ricordo indelebile.
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10/12/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Nunziata, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.