Alexander Ebert, hobo col sombrero, recapita un altro divertissement ciondolante con la sua family band, registrata in presa diretta con un 24 tracce. La genuinità dell’analogico, ecc. ecc. – ma, in effetti “Here” ha la crispness, la croccante nettezza di qualcosa di vicino al proprio orecchio.
Forse l’unico modo per esprimere la coralità anche di questo secondo disco – inframezzato però dall’uscita solista di Ebert – e mettere in secondo piano la corda un po’ frusta delle canzoni (soprattutto rispetto a certe di “Up From Below”).
Dopo gli Arcade Fire prigionieri a Città del Messico di “Man On Fire”, parte la music box Callahan-iana di “Dear Believer”, con un tema di tromba che sembrerebbe morriconiano ma subito si schermisce, e uno dei peggiori ritornelli ascoltati quest’anno, un blando coretto di soul stantio con tanto di synth.
Quest’aria di pseudo-misticismo animista è una delle cose meno gradevoli di “Here” (vedasi “Mayla”); l’insipido cosmopolitismo di una comunità in realtà chiusa.
Naturalmente il tema principale del disco rimane comunque il country festoso e sudista di una “I Don’t Wanna Pray” o di una “That’s What’s Up”, ma sempre con una tendenza a un macchiettismo monocromatico che difficilmente può convincere.
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25/06/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Lorenzo Righetto, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.