Nel gran gorgo di camuffamenti e rievocazioni che è l’indie-pop di oggi, una band si distingue per la fedeltà a se stessa e al suono ripreso: i newyorchesi Bryan Scary and the Shredding Tears, che infilano con “Daffy’s Elixir” il terzo album in perfetto stile prog-pop settantiano (Electric Light Orchestra, Cockney Rebel, Supertramp e giù di lì).
Il giochino è presto descritto: pezzi mutaforma, suono roboante, melodie raffinate il giusto e sgargianti quanto serve, e in ogni dove un pianoforte esuberante a tenere in piedi tutto. Pare davvero un encore dei favolosi anni settanta, con un pizzico di disco qua e là, qualche sbruffonata modello Queen o voltafaccia degno di Elton John (o Genesis, a seconda dei momenti), l’assolo figlio di George Harrison… Un gran bel sentire, perché i signorini sanno il fatto loro e dell’epoca non han ripreso solo il suono, ma anche l’attenzione al perfetto connubio di melodia e complessità, eleganza ed estro, classicismo compositivo e ruffianeria pop.
“Daffy’s Elixir” – come già il precedente “Flight Of The Knife“, d’altra parte – è insomma uno zibaldone di adorabili esercizi di stile, ghirigori di genialità fuori tempo massimo e scintillante paraculaggine. Quindici perle pop da scoprire con le proprie orecchie, con la sensazionale (e un po’ Kinks-isms) “The Silver Lake Mining Company” a fare da traino per ascolti e riascolti compulsivi, “You Might Get Caught in Tarantella” a saltellare tra tex-mex, Sparks e Ween, “Another Ace in the Hole” e “Owe Mister O” a calcare sul versante power-pop, e perfino inaspettate svolte tunz-tunz con “Diamonds!” e “Red Baron (of Arizona)”.
Di più non dico.
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20/04/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Marco Sgrignoli, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.