Ci sono musicisti che ci son rimasti sotto coi King Crimson in gioventù e non si son più ripresi. Gli svedesi Änglagård appartengono senz’altro alla categoria. Autori, a inizio anni Novanta, di due dischi progressive squisitamente retrò e molto legittimamente idolatrati dagli appassionati, dopo diciott’anni di silenzio discografico tornano con quattro suite strumentali per la gioia dei fan di nuova e vecchia data.
Sui brani, c’è poco da dire. Suonano come chi conosce la band si aspetta: dinamici, stratificati, elaborati. Talvolta delicati, talvolta epici, talvolta grintosi. Talvolta, le tre cose insieme.
L’attenzione è prevedibilmente tutta sul flusso, sull’interplay: momento dopo momento, gli strumenti si intrecciano magistralmente, in una mirabile successione di quadretti che nel loro guardare fissamente ai King Crimson “barocchi” dei primi album riescono comunque a riallacciarsi di volta in volta a Genesis, Cathedral, Van Der Graaf Generator, Henry Cow…
Se è vero che alle composizioni manca un po’ la direzione, dunque, va anche ammesso che raramente se ne sente la mancanza. Svolazzi di flauto, tappeti di mellotron e bordate di basso tengono l’orecchio appagato per la maggior parte del tempo, e sarebbe sciocco sprecare il poco restante lamentandosi.
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20/10/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Marco Sgrignoli, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.