Giunta al quinto album, la cantautrice scozzese si allontana dagli ammiccamenti pop del passato per concentrarsi sul carattere etereo della propria voce. Senza peccare di lesa maestà, ci sentiamo di annoverare la Williamson di "Pulse" in quel gruppo di cantanti glaciali e inquietanti che vanta al proprio interno gente come Bjork, Beth Gibbons o Jessica Bailiff.
Non bisogna lasciarsi ingannare dalle prime canzoni: "Dance" e "Pour" sono oneste ma poco originali canzoni synth-pop basate su beat sintetici che ricordano Martina Topley Bird e i Portishead meno ispirati. I picchi qualitativi sono però pezzi come "Underwater" e "Husk", costruiti su puri riverberi vocali accompagnati da poche note di piano, che destrutturano la forma canzone del pop d'autore per travalicare il confine con l'ambient: è evidente che la recente collaborazione con Brian Eno è stata costruttiva. Quando poi il movimentato folk-rock di "Miracle" cerca di cambiare il tono etereo dell'album, ci pensa la ninnananna per chitarra e voce "Connected" a riadagiare l'ascoltatore sul cuscino.
Negli ultimi tempi c'è stata forse un'offerta esagerata di questo genere di songwriting da camera: ma "Pulse", in quest'ambito, è uno dei prodotti più piacevoli dell'anno.
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12/10/2011
This article is an English translation of the original Italian text by Andrea Vascellari, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.