L'album "White Fields And Open Devices", debutto datato 2008 del quintetto di Leeds, cercava di riesumare il post-rock dandogli una nuova linfa attraverso un'estetica lo-fi unita ad ammiccamenti al neofolk. Lasciava però difficilmente presagire ciò che sarebbe successo con questo secondo lavoro: "Helioscope" è infatti un album monumentale, compatto eppure poliedrico, difficilmente etichettabile.
Fin dalle prime due, lunghe canzoni ("Monoform" e "The Trap"), i Vessels sembrano voler evitare la semplice classificazione di gruppo post-rock, creando intricati loop di chitarre e basso sostenuti da percussioni frenetiche, che non disdegnano ritmi irregolari e continui cambi di tempo, evidenziando influenze math-rock. Sebbene la batteria ricopra spesso un ruolo fondamentale e la band non disdegni sonorità movimentate (come l'alt-rock di "Recur", o le decise distorsioni di "Art/Choke"), la vera forza di "Helioscope" emerge nei momenti più rilassati, come "Meatman, Piano Tuner, Prostitute", in cui il cantante Stuart Warwick rende evidente l'influenza di Radiohead e Sigur Rós cantando sopra trame dilatate di chitarra. Allo stesso modo va ricordata l'epica ballad "All Our Ends", che annega in una coda di distorsioni e riverberi di Mogwai–ana memoria.
Il disco, proprio in chiusura, tocca l'apice del pathos con lo struggente lamento alla Jónsi "Spun Infinite", trasportato da organo e bordoni ambient.
In questi anni in cui il filone post-rock è avaro di novità e le sue band più caratteristiche sembrano spesso spente dal punto di vista creativo, questo sorprendente album, pieno di derive verso altri ambiti della psichedelia, è una vera boccata d'aria fresca.
Heal
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30/10/2011
This article is an English translation of the original Italian text by Andrea Vascellari, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.