Duo norvegese (Rune Sagevik e Jostein Dahl Gjelvski) che suona un ambient-glitch nel solco di Autechre e Pan Sonic, Pjusk debutta con “Sart”, una lunga e colorata sinfonia digitale. “Sval” la ripropone professionalmente senza grosse variazioni strutturali.
“Valldal” apre con una landscape melodico-percussiva alla Steve Roach, “Sus” evoca umori notturni, “Juv” e “Byge” si perdono in agglomerati di frasi inarticolate, mentre lo sfondo si dà a un’imitazione degli “Airports” di Brian Eno. Più avanti (“Skygge, “Dis”, “Glimt”, "Dunkel", etc.), la desolazione prende il sopravvento per farsi tabula rasa di esperimenti: voci soul distorte e tagliuzzate, synth monastici, stillicidi elettronici, armonie instabili e pianissimi free-form.
E’ un concentrato di sforzi e studi sul poema elettronico del futuro, coadiuvato dalla voce-cavia di Elisabeth Lahr e dal flauto (e il "mansofon") di Eric Manshaus, che affossa la fantasia e esalta una sinuosa linea di scultura di particelle. Va capito con la mente del ricercatore di laboratorio.
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31/05/2010
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.