Le premesse delle “Parcelles” di Mathias Delplanque sono imponenti: concerti a tecnica mista di folktronica, elettroacustica, glitch, soundsculpting, distorsioni, campioni, percussioni etc. I risultati non ne sono sempre all’altezza.
La prima è una semplice elegia da camera; la seconda oppone echi funerei a riverberi liberi; l’ottava, vertice melodico, evoca gli chansonnier. In generale, la brevità di alcuni brani indica facilità d’ascolto o di sintesi. Si vedano in questo i suoni allucinati della “Parcelle 7”, gli spasmi irregolari e le voragini noise della “3”, il pattern quasi-ambient della “4”.
C’è relativamente poco perfezionismo, e un’aumentata dimensione d’affresco: il vero poemetto del caso è così “Parcelle 5”, a metà via tra musique concrete acquatica e dissonanze desertiche. La “Parcelle” più lunga, “10”, è invece deludente, un tappeto di percussioni e loop in sordina relativamente regolari (talvolta pure risonanze autoindulgenti).
Dopo Bidlo, Lena, Stensil, l’attività di conduttore d’orchestra (Floating Roots Orchestra, Missing Ensemble, A.M.R.) e dozzine di collaborazioni parallele, il musicista francese opta per i suoi veri nome e cognome e per un soffio vitale che lo allontana di quel tanto dalle nature morte estetizzanti dei contemporanei, sempre sostenuto da un velo drone a dare eleganza alle composizioni. Non sempre è attivo o reattivo, anzi, talvolta è di un’inerzia furbamente altisonante. Tutte le “Parcelle” sono liberamente desunte dalle ultime due tracce di “Le Pavillon Témoin” (Low Empedance, 2007), una sorta di rarissimo musical electro-acustico, il suo capolavoro.
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09/03/2010
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.