Navigando tra le pagine del web è impossibile non leggere l’unico commento che accompagna il terzo album dei gallesi Colorama, un semplice avviso che esorta l’ascoltatore a non aggiungere il loro album “Box” alla lunga lista del pop revival in odore di anni 60 e 70.
Ridotto a trio dopo la morte del giovanissimo bassista David Fletcher (musicista della London Symphony Orchestra e della Royal Philharmonic Orchestra), il gruppo di Carwyn Ellis pubblica per la prima volta un disco per il mercato europeo, superando brillantemente ogni riferimento alla scena pop attuale grazie a una ottima scrittura dei brani.
Nessuna concessione alla sindrome “Sgt Pepper” che anima tutte le proposte pop inglesi (e non) da oltre quarant’anni: ogni canzone è frutto di elaborate soluzioni armoniche che ripropongono l’essenzialità e la unicità del pop più raffinato, le atmosfere viaggiano su un dejà-vu che non nasconde inettitudine artistica.
L’album si snoda tra finte orchestrazioni psych-pop, ritmiche flessuose e un cantato disinvolto, avvolgendo la solare e ingenua ballad “Box” in effluvi mesmerici, ebbri di trance lisergica, e offrendo altresì spazio ad acquerelli di folk pastorale (“Autumnal”), che non cedono al lirismo nostalgico e azzardano spunti barocchi.
Piccoli classici del new pop si aggirano tra le pagine di “Box”: una graffiante e ironica “Apocalypse Blues” ci ricorda cosa abbiamo amato dei Kinks e una superlativa “Out Of Line” restaura la nobiltà del pop più raffinato, con uno straordinario groove di basso e tastiere dalla timbrica naturale, appena lambito da riverberi e pulsioni soul-psichedeliche, che ampliano il fronte emotivo.
Poesia e disincanto in stile Donovan per le due tracce in gallese, ovvero la contagiosa cantilena di “Pan Ddaw’r Nos” e la più indolente “Mynydd Hud”, ma anche temerarie trame liriche per la raffinata ballata psichedelica “Etiquette”, che defluisce sul fiume sonoro che unisce i Pink Floyd di “Atom Heart Mother” ai Radiohead di “The Bends”.
In altri frangenti i Colorama attingono nella stessa tinozza empia di nostalgia dalla quale hanno pescato i Coral o gli Espers, conservando equilibrio (“Royal Victoria Arcade Part 2”) e disincanto pop (“Candy Street”), senza mai abbandonare la perfezione stilistica che rende tutto raffinato e incantevole. “Box” sorprende e conforta, culla e stimola, eccita e sopisce con una grazia e una classe che è raro ritrovare nel pop moderno: in questi undici brani c’è passione e stile in egual misura, e solo per questo “Box” merita di essere ascoltato.
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12/02/2011
This article is an English translation of the original Italian text by Gianfranco Marmoro, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.