CARIBOU - Swim

2010 (City slang / cooperative music)
electro-pop, songwriter

L’autore Dan Snaith, che sia il pittore naif dei primi album come Manitoba (ma includendo anche “Milk Of Human Kindness“, il debutto a nome Caribou) o l’archeologo tuttofare di “Andorra“, deve la sua personalità anche allo stesso processo tecnologico di lavorazione dell’album, che la ingloba quasi annullandola, quasi fosse l’ultimo arrivato al club dei non-musicisti di Eno. “Swim” non fa eccezione, e qui la questione devia e si riconferma una volta di più: dopo il compositore e il bandleader, qui Snaith diventa produttore a tutti gli effetti.

Poco importa che le ultime tirate sperimentali di “Andorra” qui si attenuino per accordarsi al formato-canzone, giacché “Bowls” (la migliore) e “Sun” (con ricchezza pirotecnica di suoni splendenti, su base di seconda mano) sono parate di tecniche di studio degne dei Chemical Brothers.

Per trucchi biechi come “Odessa” Snaith mette in piega una versione della “Let Me Go” dei Heaven 17 per l’era artificiale degli Animal Collective di “Merriweather Post Pavilion“. “Kaili” riprende i fiati cosmici e il canto vellutato di “Andorra” per cercare di amalgamarli all’articolazione di cliché electro-disco. Maggior successo ha “Leave House”, il brano baricentrico, in grado di far confluire melodia e scenografia.

L’operazione nella sua interezza ha l’aria di evocare i secondi Kraftwerk: la compressione della primaria fantasia in luogo della professionalità armonica. Logico, quindi, che pezzi come “Hannibal” facciano leva su tabula rasa asettica di ritmi e contrappunti, per avvantaggiare una trama melodica sempliciotta, ma “Jamelia” – l’episodio più “black music” della sua carriera – è un battimento quasi-cacofonico di suoni rarefatti a collage e modulazioni soul, l’unico a permettersi di risalire alle sorgenti della sua inventiva.

Non è propriamente un disco di ospitate, è un po’ il suo disco techno discendente in linea diretta del suo progetto parallelo dancefloor a nome Daphni, da cui ha salvato il salvabile di spezzoni e sample (dal remix per “Watusii” di Courtney Tidwell). Nemmeno: è il disco di un produttore che cura i dettagli e cincischia sulla sostanza, temporeggia sul messaggio e gigioneggia con la stereofonia. Suona parecchio obliquo, ma con la consapevolezza di suonare piacione. La voce di “Jamelia” è di Luke Lalond dei Born Ruffians, ma l’opera ha tutto un corredo di talenti: Marshall Allen (nella Sun Ra Arkestra), Mr. Kieran “Four Tet” Hebden, il conterraneo Jeremy Greenspan (Junior Boys, e si sente), oltre a batteristi, percussionisti, vibrafonisti. Mixato e masterizzato in tre studi.

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26/03/2010

This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

Read the original in Italian · About the English edition

Tracklist

  1. 1. Odessa
  2. 2. Sun
  3. 3. Kaili
  4. 4. Found Out
  5. 5. Bowls
  6. 6. Leave House
  7. 7. Hannibal
  8. 8. Lalibelia
  9. 9. Jamelia

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