A sentire “Quarzo”, sembrerebbe in atto una sorta di normalizzazione nell'ambiguo universo sonoro dei Bachi da Pietra. Ma uso volontariamente il condizionale, perché il “blues urbano” (come ebbe a definirlo qualche anno fa l’amico Ciarletta) del duo Succi-Dorella, pur se a tratti si rischiara sotto i colpi di una dinamicità più pronunciata (“Bignami”, “Dragamine”), conserva ancora un’aura di inquietante, fosco ermetismo. Per averne la certezza, basta, infatti, confrontarsi con i primissimi secondi di “Pietra della gogna”, il cui pulsare sinistro e soffocato (rievocato anche nella successiva “Pietra per pane”) adombra screzi minimi, confusioni di carne e di buio, tripudi sommersi di angosce e tacite disperazioni.
La ricerca di una via d’uscita costringe questo suono a essere ramingo tra le sue stesse viscere. Ma si tratta, questa volta, di viscere poco sanguinolente, a tratti quasi essiccate. Certo, per quanto mi riguarda, nemmeno in precedenza i due erano riusciti a realizzare un’opera veramente compiuta, ma almeno mantenevano desta l’attenzione, riuscendo, spesso e volentieri, a trafiggere il cuore con efferati colpi bassi. “Quarzo”, invece, si adagia lentamente su se stesso, comunicando una sensazione di stanchezza.
Forse che la formula inizia a mostrare la corda? Forse che non basta più nascondersi nell’ombra e declamare/masticare parole come belve ferite? Domande che troveranno una risposta, mi auguro, soltanto tra le pieghe del prossimo lavoro. Nell’attesa, bisogna accontentarsi del quasi trip-hop (!) di “Orologeria”, della sonnolenza crepuscolare di “Fine pena”, dell’andazzo malconcio e svogliato della mediocre “Muta” o del Tom Waits vampiro di “Notte delle blatte”.
Insomma, prendere o lasciare. Io sono per la seconda…
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06/10/2010
This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Nunziata, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.