Dopo l’ottimo “Motorsleep”, Martin Dumais centra di nuovo il bersaglio con questo “VII”, proseguendo nelle sue cosmiche evoluzioni sospese tra drone-music, noise-metal e dark-ambient.
Con l’aiuto del batterista Michel "Away" Langevin (Voivod), l’artista canadese cerca, questa volta, il sostegno dell’elemento ritmico. La materia sulfurea e radiante di Dumais si veste, così, di nuove sfumature, sublimando un suono magnetico, metallico, tremulo, come l’alba austera nei cui lembi immacolati si schiantano le scie radioattive e le virulente distorsioni di chitarra che circoscrivono il raggio d’azione di “Drainbow”.
Scenograficamente imponente, il disegno di “VII” è chiaro e risoluto: trasportare il drone-metal in una dimensione assolutamente metafisica, distillando gli elementi più plumbei e opprimenti e restituendo, di rimando, l'idea di un misticismo degradato, infetto, fosse anche fatto decantare per il tramite di un tetro mareggiare ambient in versione post-industriale (“Broken Hill”) o di una coda tambureggiante che sfocia in una severa verticalizzazione astrale, sferzata da ruvidissime distorsioni di chitarra (“Falcon”).
La prima parte di “Blackhole” prosegue in questa delocalizzazione sterminata della materia metallica, esasperando l’enfasi drammatica fino a tramutare il tutto in un maestoso tappeto ronzante. Quando, poi, “Untitled” è chiamata a far calare il sipario sull’opera, si scorgono i contorni netti di una kosmische musik per chitarra elettrica che si pone a metà strada tra le stratificazioni ultra-psichedeliche di Li Jianhong e l’angosciante calvario psycho-doom dei Locrian delle “terre fradice”.
Tossica, estatica alterità.
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29/09/2010
This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Nunziata, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.