Che i Field Music non fossero gli ennesimi artefici di un innocuo revival post-punk lo si era capito con estrema chiarezza già a partire dal loro omonimo debutto del 2005, a suo modo una vera e propria piccola pietra miliare nell’aggiornamento e nell’intelligente prosecuzione di quanto di buono avevano lasciato in eredità i Genesis della gestione Gabriel e gli Xtc. Genialità solo in parte replicata e approfondita nei suoi risvolti dal successivo “Tones Of Town” del 2007, forse troppo schiacciato sulle intuizioni del suo nobile predecessore.
Ora la band di Sunderland è ferma ai box a tempo indeterminato e il carismatico batterista David Brewis ne approfitta per assemblare un ambizioso progetto solista, dagli esiti a tratti inaspettati. Disco concepito e suonato mirabilmente in “solitaria” se si escludono un paio di sortite di certo non decisive di un paio di Futureheads ai cori e alla chitarra in qualche brano.
Quello che il disco srotola è un’ammaliante ipotesi di pop progressivo volatile e camaleontico nelle forme e negli stili adottati, in bilico tra il bricolage domestico e pasticcione di They Might Be Giants e Ween e la psichedelia siderale di Beta Band (e loro successiva incarnazione Aliens) e Super Furry Animals. Da questa prospettiva, “Keep Your Water” con i suoi risucchi e blandi riflussi sonori è esemplare, così come anche l’imponente “Rockist”, articolata in quattro movimenti, mentre la coralità sinfonica di “Ships” lascia letteralmente senza parole. Consigliato a tutti i cultori del gruppo di provenienza di Brewis , ma anche agli acquirenti a scatola chiusa del sempre allettante catalogo Thrill Jockey.
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11/05/2008
This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Giordani, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.