Diciamoci la verità: non era lecito aspettarsi un secondo grande disco da parte dei Pigeon Detectives e così inevitabilmente è stato. Il giovane gruppo di Leeds riuscì con l’esordio “Wait For Me” (dato alle stampe giusto un anno fa) a scalare le charts d’oltremanica, mettendo a frutto una scaltra forma di parassitismo ideale ai danni dei concittadini Kaiser Chiefs (in affanno evidente a causa di un disco sottotono e troppo barocco) che pure li avevano inizialmente tenuti a battesimo scegliendoli come gruppo spalla. La ricetta rispetto al passato non subisce modifiche di rilievo, semmai si consolida: britpop dalle movenze fin troppo classiche e controllate, giocato su intrecci vocali di facilissima presa e melodie pulite all’ombra di Supergrass, Jam, Housemartins e Squeeze. Il gruppo di per sé sa scrivere una sola canzone (e questo spiega l’eccessiva omogeneità del lavoro) e a vivacizzare un minimo l’ascolto pensano allora piccoli accorgimenti in sede di arrangiamento (ottima ad esempio “I’m A Liar”) che non possono però, almeno per ora, essere letti come segnali netti di una possibile volontà di sviluppo e maturazione.
Forse dal vivo il gruppo riesce a dimostrare buone qualità e una innata capacità di coinvolgimento del pubblico, ma, anche dopo ripetuti ascolti, rimane la netta impressione (ascoltate “She’s Gone”) di trovarsi di fronte a dei rubagalline scapigliati che l’hanno fatta franca una volta (quella “buona”) ma difficilmente riusciranno a guadagnarsi un avvenire promettente al di fuori di un’attualità effimera che presto cambierà i propri gusti e orientamenti musicali. Un disco che qualche collezionista di feticci delle propria adolescenza perduta comprerà tra dieci anni su Amazon a quattro sterline (spese di spedizione incluse).
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12/08/2008
This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Giordani, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.