Tra le altre cose, il 2006 è stato l’anno dei Band Of Horses, che sono riusciti a dare una scossa alla scena musicale di Seattle, a lungo atrofizzata. Un album perfetto (“Everything All The Time”) li ha portati sui palcoscenici più importanti dell’indiemondo, dove hanno inscenato una festa-ritrovo di nostalgici barbuti hippie alle prese con Neil Young. Tutto molto tardi anni Sessanta. Poi Matt Brooke, uno dei due chitarristi della banda, decide di mollare e di dedicarsi a qualcosa d’altro – al suo posto arriverà qualche mese dopo quel Tyler Ramsey che abbiamo imparato a conoscere qualche mese fa anche nella sua veste solista.
Quel qualcosa d’altro di Matt Brooke è arrivato a conclusione con l’uscita su disco del progetto Grand Archives, di cui è cantante/chitarrista e col quale ha chiamato a sé il bel mondo del sottobosco indie. Gli inevitabili paragoni con i Band Of Horses sono in parte impietosi, ma ci permettono di rilevare alcune radicali trasformazioni del suono del nostro. Innanzitutto c’è molta meno malinconia e sofferenza in fase di scrittura, tanto che i toni melanconici sono solo un ricordo sporadico; c’è anche una minore ricerca nella struttura e nello sviluppo della canzone (che invece ha avuto una decisa accelerata nel nuovo Band Of Horses “Cease To Begin”), in favore di una più marcata attenzione per melodia e orecchiabilità delle canzoni.
In sostanza, se i Band Of Horses nascevano con la lezione imparata di Neil Young, i Grand Archives virano sul pop di Beach Boys e dei Mamas & Papas.
In un universo musicale vicino al pop/americana del citatissimo “Summer Teeth” degli Wilco, la cui lezione abbiamo studiato a memoria, niente qui suona nuovo; eppure Matt Brooke ha messo sul tavolo il proprio talento melodico, componendo una manciata di brani che regalano un’ampia sufficienza a un lavoro altrimenti etichettabile come mera operazione calligrafica del già sentito. Splendido il duetto con Sarah Standard (con la quale fondò più di un decennio fa i Carissa’s Wierd) in “Swan Matches”, malizioso e accattivante il motivetto pop à-la Mamas & Papas di “Index Moon”, riuscita la ballata acustica di “George Kaminski”, che richiama le sonorità british dei Decemberists. Per certi versi si apprezza anche la cavalcata pop-rock “Sleepdriving”, il brano forse più complesso del disco; il resto è un contorno un po’ troppo banale.
I Grand Archives sono gruppo da ascoltare, consigliato soprattutto a chi vive bene ascoltando Band Of Horses e Grandaddy.
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20/04/2008
This article is an English translation of the original Italian text by Pier Eugenio Torri, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.