Certo che non deve essere facile ricominciare da capo. Se poi il tuo passato lo hai trascorso con una delle icone indie per eccellenza come i Grandaddy, gli occhi impietosi del chiunque che ascolta si fanno più penetranti, e tu devi reinventarti, per sopravvivere. O forse no. Jim Fairchild è stato il chitarrista dei Grandaddy, fino a che, seduti a un bar nel nord-ovest americano, hanno deciso di dire basta davanti a un paio di birre. E poi vuoi riscossa, perché fino ad ora tutti gli occhi sono stati su Jason Lytle, era lui la mente dei Grandaddy, e tu Jim sempre un po’ più in ombra, ma indispensabile, artigiano di quelle cavalcate chitarristiche che univano per sempre psichedelica e melodismo pop alla Beach Boys.
Ora lo ritroviamo con un nuovo progetto, gli All Smiles, dietro al cui nome si cela in realtà solo lui, musicista tout-court e cantante: ne avevi bisogno di una cosa tutta tua, dove buttar dentro tutte le idee e farci capire che i Grandaddy non erano solo il tuo amico Jason, ma erano anche Jim e Kevin e Tim. Certo, Fairchild si è fatto aiutare in fase di registrazione da vecchi amici (Modest Mouse, Black Heart Procession), ma alla fine la firma è la sua: e poi non poteva che chiamare quelle persone, così vicine alla sua sensibilità pop e già nel pantheon delle divinità indie. Il risultato è indie-pop e non poteva essere altrimenti, si rischia anche di sottovalutarlo, perché il disco scivola via velocemente. Occorre del tempo, neanche troppo a dir la verità, e le melodie iniziano ad avere un senso, così come il lo-fi mischiato al cantautorato e poi di nuovo lo-fi. Un Elliott Smith senza la sua aurea letteraria, leggere ballate pop, a cui manca il tocco graffiante che fu dei Grandaddy.
Iniziamo con “Summer Stay”, easy-pop acustico, con dentro tutto quello che si vuole, dai Beach Boys agli Wilco. E’ un sound leggero, che si arruola nella schiera ormai numerosa della pop music solare, indispensabile e da spiaggia. Poi, visto che Fairchild se la cavicchia anche con la chitarra elettrica, se la prende in spalla e inizia a ricamare qua e là leziosi viaggetti psichedelici, accompagnati sempre dal dichiarato amore per la melodia vocale, il ritornello giusto, il pop insomma – al riguardo si sentano le varie “Killing Sheep” o “Pile of Burning Leaves” che ricorda il primo Bright Eyes, quello ancora un po’ bambino, ma già celebrato, col suo indie-folk avvolto nel lo-fi.
L’understatement di “I Know It’s Wrong” è ammaliante come l’odierna ondata di pop dalla Svezia (ci si risente anche il lussuoso pop di Maximilian Hecker, che è tedesco, d’accordo, ma va bene lo stesso). Con “Backward, Forward Through” Jim Fairchild si è messo in testa di scrivere una ballata notturna, acustica, campfire-song. E poi “Moth In A Cloud Of Smoke”, colpo al cuore per tutti gli indiepopper con quel suo giro di piano strimpellato che confluisce nello stereotipato melodismo cantato dall’ennesimo indie-hero con voce nasale. Ecco, il rischio alla fine è proprio questo, e veniamo alla conclusione: se ne sente ancora il bisogno di ascoltare questa roba? Ci siamo stancati del post-rock, ci stancheremo anche dell’indie-pop formato California? Al momento non c’è risposta, perché alla fine dei conti l’album ci è piaciuto. Si consideri però che è estate, e l’evasione ha il suo peso nella valutazione. Ad essere ingenerosi, ma realisti si rimane col dubbio se sia il canto del cigno o l’inizio di una brillante carriera solista.
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10/07/2007
This article is an English translation of the original Italian text by Pier Eugenio Torri, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.