Mentre nessuna notizia ufficiale annuncia ancora il definitivo scioglimento dei Tindersticks, procede a tappe forzate la carriera solista di Stuart A. Staples, che, a distanza di un anno dalla valida ma disomogenea raccolta “Lucky Dog Recordings 03-04“, presenta la sua seconda opera, che, trattandosi la precedente di una collezione di registrazioni casalinghe, non è poi errato considerare il suo esordio discografico vero e proprio.
Backed by three more Tindersticks members – Neil Frazer, David Boulter and Terry Edwards – Staples still wields the full force of his vocal intensity, which surely places him among the finest male vocalists of the past fifteen years, across ten tracks centered on themes of abandonment and steeped in the melancholy and romanticism so inherent to that vaguely doomed, "loser" aesthetic that has always defined his mood, even before his sound.
In “Leaving Songs” vi è infatti tutto ciò che ci si può attendere da una raccolta di brani cantati da Staples, poco importa che vadano a nome suo o della band o che presti semplicemente la sua voce a composizioni altrui (com’è avvenuto lo scorso anno in uno splendido brano compreso in “Les Retrouvailles” di Yann Tiersen). Anzi, anche grazie al contributo degli altri tre (ex?)-Tindersticks, la cesura rispetto al suono consacrato nelle migliori opere della band è sensibilmente minore che non nelle composizioni – essenziali e sostenute da arrangiamenti in genere meno ariosi – comprese in “Lucky Dog Recordings 03-04”.
Il passo iniziale del lavoro è svelto e quasi sbarazzino, nonostante l’invariabile malinconia dei testi sembri contraddirne l’approccio lieve, cui, nell’iniziale “Old Friends No.1”, l’irrompere dei fiati e i cori in sottofondo conferiscono grazia e movimento, mentre la voce suadente di Staples, così adusa a un’incoercibile e ormai controllata desolazione, intraprende con relativo distacco la sua rassegnata e per questo relativamente serena narrazione di assenze e rimpianti, resi inevitabili dal passare del tempo. Ma per un autore così profondo, nonché interprete capace di far vibrare gli animi, il distacco può essere solo apparente o dissimulato, come dimostra subito “The Path”, ove la sua calda intensità da crooner torna a incorniciare le atmosfere indolenti e fumose e i raffinati arrangiamenti arricchiti dall’organo che tanto riportano alla mente i lavori dei Tindersticks, da “II” a “Simple Pleasure”, con il loro sapore dolce-amaro, sospeso tra citazioni del Cohen più orchestrale e fascinosi riferimenti al cantautorato francese (Gainsbourg in testa).
Yet against the backdrop of a brisk-paced opening, culminating in the wild dialogue between strings and horns on "Which Way The Wind", it is hushed, delicate intimacy that forms the true core of this "Leaving Songs": whether it's a soft sense of surrender taking hold, as on "This Road Is Long" — a sweet, piano-led duet with Maria McKee — or the shadowy, soundtrack-like passages of "Already Gone", whose organ crescendo, built over a simple guitar arpeggio, effortlessly evokes grey, rain-soaked landscapes perfectly suited to themes of nostalgia and loss. As a further counterpoint to the earlier tracks and their richly layered arrangements, there are also two stripped-back, understated country ballads in which Staples' voice barely rises above a whisper: "This Old Town", which with its light piano touches and seductive hints of slide guitar at least retains some instrumental and harmonic structure, and above all the mere two minutes of "Dance With An Old Man", a still, despondent cameo in which Staples delivers a deep, velvety performance, reaching absolute peaks of introspection amid the near-total absence of musical accompaniment, save for a few faint, distant guitar notes.
La vetta emotiva del lavoro è però rappresentata dall’altro brano che perpetua l’antica passione dell’autore per i duetti con una voce femminile. In “That Leaving Feeling” l’ospite di turno è Lhasa de Sela, insieme alla quale Staples crea un duetto da brividi, la cui splendida costruzione orchestrale non ha nulla da invidiare a quello con Carla Torgerson dei Walkabouts, compreso nel secondo album dei Tindersticks, per l’intrecciarsi e alternarsi delle voci, il pianoforte, le melodie cristalline e quella malinconia, quel senso di perdita irrimediabile che si insinua sottile tra un verso e l’altro, prima delle aperture armoniche in un luminoso crescendo, ancora ritagliato tra archi e fiati, a far da preludio a un finale intimo e dai toni smorzati. In un pezzo come questo si esprime la quintessenza stilistica di Staples, secondo un filo di continuità che abbraccia tutta la sua carriera, prescindendo finanche dalle imputazioni formali dei suoi lavori e dalle vesti musicali, mutate solo in maniera marginale nel corso di un’attività ormai ultradecennale.
“Leaving Songs” aggiunge senz’altro poco alla storia musicale del suo autore; tuttavia, da un artista dall’impronta così ben definita non è lecito attendersi repentine e inusitate trasformazioni espressive che finirebbero, inevitabilmente, per alterarne i caratteri ormai consolidati. Per valutare positivamente un lavoro come questo, allora, è sufficiente evitare qualsivoglia pretesa innovativa, abbandonando invece il cuore alle nostalgiche storie di rimpianti e abbandoni che trovano ancora oggi in Staples un interprete di grazia e sensibilità difficilmente eguagliabili.
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16/07/2006
This article is an English translation of the original Italian text by Raffaello Russo, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.