Gli Spearmint, portavoce londinesi del cosiddetto pop underground internazionale della seconda metà degli anni 90, si sono messi in luce fin dall’esordio su 7" ("Somebody", 1995) e la parallela attività discografica con la personale etichetta Hitback. Dapprima come duo, composto da Shirley Lee (voce, chitarra) e Simon Calnan (voce, tastiere), quindi in quartetto con un’adeguata sezione ritmica (Ronan Larvor e Martin Talbot, poi sostituito da James Parsons), la band si è proposta come vitale alternativa radio-friendly per un pubblico adolescenziale ma dotato di riflessività. Il nuovo "Paris In A Bottle" ne è l’ennesima conferma.
Nell’album spiccano "The Competition", "What's Wrong With Breaking Up Anyway?" (spostate entrambe verso la disco-music dozzinale) e – in special modo – l’irresistibile riempipista madchester-funk di "Psycho Magnet". Ma l’opera è prima di tutto incorniciata da due ambiziosi brani-scenografia di media lunghezza (i principali responsabili del concept su una storia d’amore "rubata" a Parigi), quali "First Time Music" e "Paris In A Bottle", declamati in narrazione continua rispettivamente da Shirley Lee e da un’assorta Bridie Williams.
In "First Time Music" sfilano vocoder, pop chitarristico e lounge , vocalizzi da balera, ballate romantiche a base di fisarmonica, parate orchestrali-elettrificate. Forse influenzati da "Rehearsing My Choir", gli Speramint affidano invece la title track – a metafora della controparte sentimentale dell’avventura amorosa – al declamato femminile; qui attacca un piano elettrico meditabondo e si approda al kitsch-soft-rock dei Pizzicato Five, fino al vero easy listening e al motivo da balera già incontrato in "First Time Music", a chiudere il cerchio.
Nel mezzo vengono "The Space", ballata pianistica con accompagnamento di chitarra e vibrafono, il sunshine-pop cantabilissimo di "My Girlfriend Is A Killer", intenerito dal contrappunto squillante della chitarra e rincarato nel chorus d’autoironia à-la They Might Be Giants. Quindi, il memorabile dittico composto da "Tuesday Morning" (canto sottotono e giochi sardonici di synth) e "Leave Me Alone", sorta di ibrido tra gli Echo & the Bunnymen orchestrali di "Ocean Rain" e i Wedding Present.
L’appendice acustica "Saturday Rain" ricorda – nello spirito – la chiusa dimessa di "Tim" dei Replacements ("Here Comes A Regular", cfr.), ma è soprattutto l’umile ninna nanna bisibigliata di "Wednesday Night" – con i suoi decadenti accenti da chanson, i suoi arricchenti florilegi di voce e fisarmonica – a far salire in cattedra la band.
Uno dei più coinvolgenti album di rock melodico del 2006. Sebbene volatile, non è avaro di raffinatezze liriche e narrative. Più di un pezzo ficcante (su tutti, è il caso di ribadirlo, "Psycho Magnet"), arrangiamenti occasionalmente godibili. Il ritmo globale, spesso ottenuto con elaborazioni reali (suonate) e artificiali (di studio) – in entrambi i casi un po’ troppo smargiasse – è infallibile in talune sequenze della tracklist (la malcelata febbre Daft Punk dell’apertura, la sospensione glam-pop "The Competition"-"The Space" etc.).
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10/12/2006
This article is an English translation of the original Italian text by Michele Saran, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.