Sono passati circa trent’anni e sembra ieri. Tutta la grandezza dei Pere Ubu è ormai stata ampiamente sottolineata su queste come su altre pagine, eppure l’uscita di un nuovo disco è sempre l’occasione giusta per lanciarsi in infiniti panegirici. Avendone decantato le lodi altrove, sarà però meglio concentrarsi sul presente; un presente vivo e palpitante, come sembra dimostrare “Why I Hate Women”, quindicesimo disco in circa trent’anni di straordinaria carriera. Titolo bizzarro, penserà qualcuno. Molto più semplicemente, una novella che Jim Thompson non ebbe mai modo di scrivere.
Della formazione originaria, ormai già da tempo ci resta il solo David Thomas, pantagruelico crooner di un’era industriale estremamente post-. Per il resto, se si eccettua l’arrivo del chitarrista Keith Moliné, la formazione è la stessa che quattro anni or sono registrò l’accattivante “St. Arkansas”: Robert Wheeler (sintetizzatori e theremin), Michele Temple (basso) e Steve Mehlman (batteria). Una formazione ormai affiatata e compatta nell’assecondare l’estro teatrale di Thomas, per un sound che, rispetto a quello del disco precedente, dimostra di volersi a tutti i costi più solidamente rock, anche se nell’uso, ancora una volta, surreale ed eccentrico di synth e theremin, lo stesso non nasconde le sue propensioni destabilizzanti. Nel solco dell’inarrivabile Allen Ravenstine, certo, da cui, comunque, Wheeler si discosta per una tensione quasi maniacale alla rifinitura.
“Estremamente ossessivo”: così Thomas definisce il disco. Un’ossessività acuita anche dal suo narrare-cantando, in quello stile scrupoloso e dettagliato che rimanda proprio a Jim Thompson. Il funk scorrazzante e narcotico di “Two Girls (One Bar)” e la dissertazione abulica di “Babylonian Warehouses” ne sono, immediatamente, esempi lampanti. Le tenebre metropolitane avvolgono “Blue Velvet”, ballata sinistra ed inafferrabile che se ne sta accovacciata, lì da qualche parte, tra l’astratta psichedelia di “The Art Of Walking” e le visioni diaboliche di “Dub Housing”. Claustrofobia; e ossessione, senza dubbio. Mentre i sintetizzatori scagliano figure filiformi tutt’intorno, Mehlman stenta sulle pelli e Moliné cuce confini luminescenti. Prendere nota, please!, per futuri panegirici. Da questo girone infernale si torna esausti, eppure incapaci di non farsi prendere la mano dallo scalmanato punk di “Caroleen”, sfasciato dalle deliranti filigrane del theremin (vedi anche la disincantata “Flames Over Nebraska”) e degnamente assuefatto al verbo di certi Rocket From The Tombs.
Ma lì dove gli Ubu continuano a far valere tutte le loro ragioni e in quei lunghi psicodrammi come “Love Song”, questa volta, però, impreziosito da febbrili punti di fuga che, nel romperne il tessuto narrativo, cercano, invano, di tradurne la dimensione onirica in jam liberatoria. Se in “Mona” siamo in pieno territorio di ballabile & grottesco, la vignetta aliena di “My Boyfriend’s Back” prepara il terreno per un ennesimo tour de force psichico, “Stolen Cadillac”, dove è un’ ipnotica figura di basso a rappresentare il baricentro per le evoluzioni soniche di vintage-electronics . E’ una musica altamente immaginifica, introspettiva al massimo grado. Forse non così debordante come una volta (leggermente “normalizzata”, ma tant’è), ma sempre e comunque capace di tentare le nostre più oscure paure.
Today more than ever, it seems increasingly clear that Pere Ubu is fundamentally a black hole into which rock is repeatedly forced to return in order to dissolve and be reborn, incapable of dying. A monstrous interpenetration of tradition and futurism: that's the whole point. And while "Synth Farm" is a death drive wrapped in a jokey shell, "Texas Overture" further cements rock's status as the youth music par excellence. That is, a non-place of adrenaline surges, emotional crashes, existential disasters, devastating bodily impulses and whatever else an open, adventurous mind might possibly imagine.
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25/09/2006
This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Nunziata, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.