Già leader e cantante dei Gorky's Zygotic Mynci, Euros Childs torna con un progetto tutto suo, continuando quella panoramica sul pop più surreale del passato (Daevid Allen e Kevin Ayers su tutti) che nella precedente esperienza aveva dato frutti succosi in quel gioiellino di “Barafundle” (1997). Toni naif e mediamente nostalgici, un romanticismo subdolo, sinistro. Canzoni costruite con poco, lasciate andare alla deriva, come bottiglie contenenti messaggi intrisi di emozioni bislacche ma sincere. Il disco è tutto sospeso in una dimensione chiaroscurale, distaccata, intima. Scarno, essenziale e autunnale, quello del gallese è un pop-folk ridotto sovente ai minimi termini, tranne che nei momenti in cui sembra voler rinverdire i fasti eccentrici dei suoi eroi, magari facendosi un giretto – perché no? – anche dalle parti di VanDyke Parks.
Il mestiere, insomma, c’è e si sente pure. Ma il disco appare poco compatto, come se non sapesse bene dove andare a parare. Ci conquistano, comunque, canzoni come “Donkey Islands” (puro zucchero filato, delizioso e godurioso), “Dawnsio Dros Y Mor” (surreale nel titolo e nei fatti, oltre che chiara strizzatina d’occhio a Mr. Ayers), “Costa Rita” (modernariato elettronico con anima caraibica) e “H Mewn Socasau” (brio sixties contagiosissimo). Altrove, invece, l’ispirazione vacilla e si gira a vuoto. Il carillon di “Slip Slip Away” o il Brian Wilson dolciastro di “Cynhaeaf”, ad esempio, potevano essere evitati. Del tutto inutile, poi, il country-folk con l’occhio rivolto oltre l’Atlantico di “My Country Girl”.
Altrove, invece, i colori prevalenti sono il grigio e il nero. L’altra metà del cielo, insomma. Un’anima bifronte che mantiene un’irrequietezza profonda e non sa quali siano i suoi sentimenti più veri. Composizioni dolorose e uggiose come “Circus Time”, “Sur Rage” o ancora “Stella Is A Pigmy” (nelle sue tre mini-versioni) scelgono, quindi, di indagare i moti reconditi del cuore, facendo dialogare la voce con poche note di pianoforte e lasciando che il tutto sia avvolto da un’aura sempre più cupa e disperata.
La nostra attenzione, però, finisce per calare drammaticamente, perché, diciamoci la verità, il Nostro ha molte più cartucce da sparare quando si mette di buona voglia a lavorare con quell’aria mattacchiona e quasi grottesca su canzoncine deliziose e a loro modo irriverenti. Tuttavia – e questo glielo dobbiamo – quando incastona una ballata tenera dentro le maglie di una pulsazione sintetica (“First Time I Saw You”), finendo, poi, per svolazzare nel cielo in un girotondo corale, siamo ben felici di fare la nostra parte, dondolando il capo e sorridendo con tutto il cuore. Per il momento, può anche bastare.
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19/12/2006
This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Nunziata, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.