Dal 1985 i Walkabouts hanno costruito una carriera imperniata sulla concretezza, la coerenza e la sincerità.
Partendo da un background prevalentemente punk, nei loro alti e bassi hanno attraversato il folk-rock, l’epicità di alcune stucchevolezze un po’ barocche e l’ondata grunge (sono di Seattle…) senza mai sposarla completamente, così che, passata la moda, loro sono ancora lì con uno dei dischi più elettrici realizzati finora.
“Acetylene”, diciamolo subito, è un disco importante, il tredicesimo della loro discografia senza considerare raccolte e percorsi paralleli, un disco di spessore, diretto, composto da dieci tracce che vale la pena conoscere e approfondire.
L’alternanza della voce maschile di Chris Eckman con quella femminile di Carla Torgerson (gli unici nella line-up dagli esordi) danno al progetto una completezza che sarebbe stata irraggiungibile col mero aspetto musicale; i due cantanti sono perfettamente complementari, e lo sono in maniera suggestiva: lei al solito solenne e orgogliosa, lui con indosso le mille frustrazioni del mondo e la rabbia non più adolescenziale che lascia spazio al furore dell’età matura, più controllato ma più ragionato, quindi.
Si rincorrono Chris e Carla, si sovrappongono, si dribblano e si ritrovano nel brano finale, dove l’emotività raggiunge l’apice.
L’album è stato concepito durante la campagna elettorale delle ultime presidenziali americane e assorbe tutta la rabbia e la frustrazione di chi trovava la rielezione di Bush jr. un’eresia.
Le canzoni scritte in quei giorni rappresentano una sorta di chiamata alle armi, se non agli altri almeno a sé stessi; il suono creato in quei giorni è sintetizzabile dalle parole di Chris “come se Neil Young avesse incontrato i Wire da qualche parte nel 1977″, e ci sentiamo di condividere pienamente tale affermazione.
Il profondo senso di urgenza traspare chiaramente da questo infuocato dischetto che si presenta alle nostre orecchie come “raw, loud and immediate”.
I suoni agresti del primo periodo oggi sarebbero risultati assolutamente inadeguati, occorreva qualcosa di più “urban”, di più infammabile e velenoso (Acetylene).
Il disco è stato registrato così in presa diretta, con i cinque protagonisti disposti in circolo come in un accampamento nel bel mezzo del deserto, in modo che ognuno potesse vedere gli altri e tirar fuori qualcosa dall’osservazione delle espressioni altrui.
Come al solito uno dei punti a favore dei Walkabouts è la profondità dei testi, qui confermata già dalla dichiarazione d’intenti dell’iniziale “Fuck Your Fear”, che chiarisce fin dall’inizio il sound e il progetto odierno del quintetto, lontano anni luce dalle peripezie di qualche anno or sono, quando da più parti vennero etichettati come i Fairport Convention degli anni 80.
“Non sembra la fine ma un brutto inizio”, questa è la presa di coscienza in “Fuck Your Fear”, che assieme alla successiva “Coming Up For Air” è stata registrata l’11 settembre del 2004, ben noto anniversario; e da lì si dipana il percorso musicale e lirico del disco.
On the third track Carla's voice appears, but its sound is unsettled by the harshness of the words; ⟦Q1⟧ this is the terrible incipit of “Devil In The Details”.
Harsh, raw, disillusioned words, apocalyptic visions, flames that set places ablaze — including the deep interior places of the human soul — desperate loves, small and large disasters, deserted and desolate streets (“Have You Ever Seen The Morning?”) or streets populated only by lustful night owls (“Before This City Wakes”), dictators and ventriloquists.
There's not a thread of hope to be found in these lyrics, not even when the sound turns more conciliatory and hushed, not even in a closing track prophetically titled “The Last Ones” (we are the last ones, and there is nowhere left to go).
Straordinariamente curato anche l’aspetto musicale, spesso con code strumentali di grande impatto, a tal proposito gli ending di “Northsea Train”, “Before This City Wakes” e “The Last Ones” sono da antologia.
Se i riff di “Fuck Your Fear” e “Kalashnikov” restano indelebilmente stampati in testa, ci sono altre tracce che si insinuano lentamente e indelebilmente, il caso più clamoroso è rappresentato dall’ipnosi della già citata “Northsea Train” che ti si appiccica addosso senza concederti più tregua.
Se dalla musica non cercate certezze e rassicurazioni, con “Acetylene” il vostro inverno sarà un po’ meno freddo.
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22/11/2012
This article is an English translation of the original Italian text by Claudio Lancia, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.