BURKHARD STANGL / CHRISTOF KURZMANN - ErstLive 003 Schnee_live

2005 (Erstwhile)
avant-garde

La Erstwhile Records ha iniziato a documentare la scena moderna dell'improvvisazione europea con una serie di documenti live.

Questo di Burkhard Stangl (chitarra) e Christof Kurzmann (computer G3, elettronica), entrambi appartenenti alla scena dell'improvvisata viennese, è il terzo in ordine di tempo. La dimensione live è un ottimo contenitore per le idee del duo. Le loro idee in musica vi assumono spesso caratteristiche altre, evidenziando un coraggio compositivo che non di rado sfiora, accarezzandola, la pura e semplice meraviglia dell'atto musicale.

Pensati come una cover di "Sometimes Snows In April" (che Prince scrisse immaginando la perdita di un amico), questi 33 minuti e passa di dissertazione trascendono una semplice ballata in qualcosa di completamente metafisico, apparentemente contraddicendo la volontà della scena austriaca di percorrere strade più accessibili. Dalla recitazione di quelli che sono i versi cardini ("Sometimes it snows in April/ Sometimes I feel so bad…" e via di questo passo), accompagnata da un arpeggiare dolentissimo di chitarra, lo scontro psicologico e artistico dei due conduce, tuttavia, lungo una traiettoria che, dal connubio tra alea e rigore, perviene a una disgregazione delle strutture che non smette mai di raccontarsi e di farsi rintracciare come evento emozionale. Attraverso iterazioni droniche, feedback dispersi dentro venti elettronici, ronzii xenakis-iani e vorticose quanto allucinate nebulose di frantumazioni bailey-ane – ai cui confini Kurzmann lascia navigare a vista filamenti di ambient liofilizzato -, l'improvvisazione elettro-acustica dispiega un valore aggiunto di angoscia digitale, ciclicamente placata (?) dal famoso refrain chitarristico e dall'esposizione dolente dei suddetti versi.

La vivisezione dell'intensità emotiva della perdita. E' questo, in sostanza, il discorso estetico che Stangl e Kurzmann sembrano portare avanti. E lo fanno con un'austerità che non scade mai in autocompiacimento. Dialogano con fare ora placido, ora istericamente votato alla liberazione istintuale più selvaggia. Uno di fronte all'altro, pronti a sostenersi a vicenda, oppure a darsi battaglia, ma come per evidenziare, sempre con maggior carico di sovra-senso, la bellezza della neve che ammanta la terra, in silenzio.

Nella seconda parte, le scale chitarristiche si fanno sempre più convulse e icastiche. Il Bailey più autistico riappare dietro le modulazioni strazianti del computer. Un Fennesz diluito con tonnellate di eventi sonori dal retrogusto glitch s'intreccia con i sibili e movimenti ascensionali del G3, dentro una scenografia gelida, costretta a sostenersi su se stessa, nel vuoto.

Pattern ritmici, minimali e ipnotici, rasentano, planando stancamente, in soundscape che sono proiezione spazio-temporale di versi come "All good things that say, never last/ And love, it isn't love until it's past", intonati anche da un coro femminile.

Musica dell'istante, che tratteggia i limiti dello stesso, come rivelazione di un'alterità misteriosamente assente.

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18/02/2007

This article is an English translation of the original Italian text by Francesco Nunziata, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.

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Tracklist

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