Lo scozzese Richard Youngs è un poliedrico chitarrista e sperimentatore, dedito a lunghe incursioni nei territori di un folk sobrio e spettrale, che si protende verso vette di autentica estasi trascendente. Terminato con "Festival" (1996) il periodo di più intensa sperimentazione sul canovaccio di un noise-folk in bassa fedeltà, attraverso il tandem "Sapphie"-"May", Youngs ha ammorbidito il suo sound, accentuandone la componente meditativa ed evocativa e riducendone al contempo la dimensione più "urticante" e rumorosa.
"Airs Of The Ear" vede Youngs in splendida solitudine, alle prese con cinque tracce per voce, chitarra ed elettronica. Sono frammenti di folk astratto e pittorico, costruiti su fragili intelaiature melodiche e spazzati da continue ventate di feedback. Ci si muove all'interno di un universo inquietante, che trasmuta facilmente da sogno in incubo, e che è comunque sempre vissuto sul sottile filo dei nervi. Dietro le suggestioni tradizionaliste (umori scozzesi, fingerpicking stile John Fahey, ululati di theremin), si cela un ambizioso progetto d'avanguardia, che riesce a coniugare sapientemente folk e psichedelia aggiornandoli al tempo dell'elettronica.
L'iniziale "Life On A Stream" esalta il cantato flebile epperò sempre suggestivo di Youngs, oltre a mettere in mostra un ritornello più chiaramente definito rispetto alle altre tracce. Il contorno di riverberi, echi e sottili trame acustiche contribuisce a rendere il clima ancor più ammaliante. L' elettro-noise di Youngs si sublima nei sette minuti di "Oh My Stars", sorta di connubio impossibile tra il Neil Young acustico e la tanzmusik cosmica dei Kraftwerk, che si consuma in un'orgia di droni, loop , sfrigolii siderali e rumori assortiti. Ma è forse la nenia folkeggiante di "Fire Horse Rising" il vero capolavoro del disco, grazie al suo fingerpicking cristallino e al suo reticolo di intrecci vocali, degno preludio al delirio rumoristico del finale, che deflagra in una sarabanda di dissonanze e percussioni. Con i suoi tre minuti e trenta, "Halifax Amore" è il brano più breve del lotto, ma non manca anch'esso di stupire, specie per l'uso straniante di un'elettronica minimalista, dai sapori quasi vintage.
Magnifici, infine, i suoni che pervadono i diciassette minuti della conclusiva "Machaut's Dream", con spettri di elettronica e una chitarra limpida, incisa in modo impeccabile. Lo schema è quello ricorrente del disco: il ritornello reiterato all'infinito, il canto appena sussurrato, l'ossessivo rinnovarsi dei riverberi e il suono antico del theremin tratteggiano un quadro celestiale, che viene però squarciato dall'uragano finale di feedback e vibrazioni elettriche. Come se il folk del passato (scozzese e non) fosse centrifugato in un'astronave in viaggio nel Cosmo.
"Airs Of The Ear" è un disco evocativo e ipnotico, forse ostico all'inizio, ma che dopo ripetuti ascolti finisce col sedurre in modo irreversibile. Da ascoltare preferibilmente di notte o durante un tramonto autunnale.
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30/10/2006
This article is an English translation of the original Italian text by Giovanni Landi, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.