I Deftones sono un gruppo crossover di Sacramento che è giunto alla consacrazione con il penultimo lavoro, "White Pony", nel 2000. Il loro suono sfrutta gli stessi elementi di Korn e Tool, pur raggiungendo un risultato abbastanza personale, aperto a passaggi acustici e melodici ma quasi sempre immerso in atmosfere cupe. Il loro quarto lavoro, "Deftones" non snatura il loro stile. Il che non è un bene a priori, dato che, nel caso specifico, manca totalmente l’ispirazione. E’ un disco piatto, vuoto. Le aperture più morbide sono prevedibili e banali, il vocalist Chino Moreno urla a vuoto con un tono lamentoso decisamente poco sopportabile.
Per tentare di ovviare alle lacune il suono è molto duro, ma è una rumorosità inutile: le canzoni semplicemente si reggono sul nulla. Eppure in realtà l’inizio è promettente, "Hexagram" trova una trama di chitarra interessante e una buona alternanza di ritmi. Finirà con il rimanere l’unico episodio buono. Dopo le interlocutorie successive tracce arrivano "Deathblow" e "When Girls Telephone Boys". La prima attacca acustica per poi esplodere, la seconda è più tirata ed epilettica. Riff e melodie non richiedono di sentirsi applicare altro aggettivo se non brutti. E purtroppo riassumono e rappresentano in pieno il canone (come suono e come qualità) dell’intero lavoro. Soluzioni diverse le offrono l’elettronica in "Lucky you" e il pianoforte in "Anniversary of an Uninteresting Event". Oltre alla forma, in effetti, cambia anche il risultato: dal fastidio si passa al tedio più soporifero.
Chiude, in bellezza se confrontato a ciò che abbiamo ascoltato prima, "Moana", vicina alle ballate esplosive di "White Pony". Insomma, un disco deludente sotto tutti gli aspetti.
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27/10/2006
This article is an English translation of the original Italian text by Ciro Frattini, published on OndaRock.it. It was translated with the help of artificial intelligence, under the editorial responsibility of OndaRock's editor-in-chief, Claudio Fabretti.